
Il Metodo, il Talento e la Tecnica, non solo sono i protagonisti di questo racconto che ho scritto nel 2007 per un imprenditore che voleva pubblicizzare il servizio della sua azienda.
È una storia molto particolare in cui un ragazzo diventa l’apprendista di quattro saggi che dovranno insegnargli ad essere re.
Eccolo qui. Si intitola:
L’APPRENDISTA
Nella valle degli Ig-norans c’era aria di aspettativa. Gruppetti di anziani confabulavano tra loro ai lati delle capanne o sugli angoli delle vie sterrate, cercando di indovinare chi sarebbe stato il prescelto.
I giovani, invece, si scrutavano nel tentativo di valutare chi tra tutti potesse essere un degno rivale. Per l’intera comunità era un momento difficile in cui le relazioni tra le persone perdevano il loro valore schiacciate da sentimenti meno nobili.
Ogni donna pregava che il prescelto fosse il proprio figlio, ogni padre desiderava poter andar fiero nel dire d’aver procreato l’eletto.
I giovani amici si allontanavano, ognuno troppo desideroso di essere il prescelto, non pensavano ad altro se non a emergere dal gruppo. Il distacco e la lacerazione dei legami lasciava una scia che durava per mesi, fino a quando il ragazzo eletto ne veniva informato.
Appena la scelta era compiuta veniva organizzata una grande festa. Si danzava e beveva per tutta la notte e al mattino il ragazzo partiva alla volta della Collina dei Sage dove avrebbe trascorso anni ad imparare le tecniche e i segreti del vivere dai quattro anziani sapienti.
Alla fine del suo apprendimento sarebbe tornato in valle e avrebbe guidato il suo popolo per i venticinque anni seguenti.
Metello e Oddo erano amici fin dall’infanzia, cresciuti come fratelli, avevano sempre condiviso tutto. Purtroppo anche loro adesso subivano l’influenza della decisione dei Sagi.
Continuavano ad essere amici, ma erano entrambi più guardinghi, chiusi e restii a confidarsi l’un l’altro.
«Sarei felice se i Sagi scegliessero te» disse una sera Metello.
«Lo stesso vale per me» rispose Oddo sorridendo.
Tra loro l’invidia non c’era mai stata, ma adesso qualcosa rischiava di dividerli e metterli l’uno contro l’altro.
«Facciamo un patto» disse Metello abbassando la voce fino a farla diventare un sussurro.
I Sagi decisero di lì a breve. La loro scelta cadde su Metello. Quando lo seppe Oddo l’abbracciò felice con le lacrime agli occhi.
«Mi mancherai» gli disse commosso.
Ci fu la grande festa. I due amici si divertirono ballando con le ragazze più carine del villaggio.
«Per anni non vedrò neanche il bel sorriso delle ragazze» si lamentò Metello.
«Ma avrai altri vantaggi» replicò Oddo.
«Tu goditi la compagnia femminile mentre non ci sarò» scherzò l’amico.
Il giorno dopo, di buon mattino, Metello partì con le sue poche cose rinchiuse in un fagotto. Camminò fin ai piedi della collina e si inerpicò per lo stretto sentiero. Ad ogni passo si rendeva sempre più conto di ciò che lasciava al villaggio: gli amici, le ragazze, una in particolare, la famiglia…
E per cosa?
La conoscenza e la saggezza, gli avevano detto.
Avrebbe dovuto esser grato, invece si sentiva sradicato. Aveva visto i Sagi solo in un paio di occasioni, da ragazzino, e mai aveva parlato con loro.
Pensare di vivere insieme a quattro vecchi decrepiti per imparare la saggezza non gli sembrava una gran prospettiva, e nemmeno fare il capo del villaggio gli sembrava tanto entusiasmante.
Troppe responsabilità e pochi vantaggi, se non essere considerato un uomo colto.
Era giovane, avrebbe preferito potersi divertire ancora prima di impegnarsi nella vita adulta.
Arrivò alla cima della collina.
Non c’erano capanne. Dove avrebbe dormito?
E dov’erano i quattro Sage?
Vide un masso e vi si sedette sopra con aria affranta.
«Benvenuto» gli disse un anziano uomo dai capelli bianchi e lunghi lisciati all’indietro.
«Grazie» rispose Metello.
«Io sono Talentum», gli disse il vecchio.
«Io Metello».
«Lo so» rispose l’anziano.
Ovvio che lo sapesse, pensò il ragazzo sospirando annoiato.
«Tu sarai il nostro apprendista».
«Dove sono le capanne?» chiese lui.
«Viviamo in delle grotte molto confortevoli. Vieni, te le mostro»
Metello si alzò e seguì l’uomo. Entrarono in un’apertura della roccia e si trovarono in un antro piuttosto ampio rischiarato dalla luce di una specie di fuoco che bruciava all’interno di un vaso basso. Da un lato c’era un tavolo di legno con degli sgabelli ricoperti di pelo, dall’altro un letto sollevato dal terreno. Era un giaciglio che pareva morbido e comodo.
«Bello…»
«Abiterai qui», gli disse l’anziano.
«Grazie».
Metello osservò quella che sarebbe stata la sua casa con aria curiosa e interessata. C’erano cose che non aveva mai visto.
«Oh, siete qui» disse una voce.
Era un altro Sage. Questo aveva i capelli lunghi legati sulla nuca e una barba bianca e ispida.
«Ragazzo io sono Habilitas, ma tu puoi chiamarmi Atis»
Arrivarono anche Tekhnè, anziano e canuto con baffi cespugliosi e Methodus, dai capelli cortissimi e l’aria composta.
«Per oggi e i prossimi giorni non ti insegneremo nulla» spiegò quest’ultimo «Devi prima addattarti».
Metello cenò tra i quattro Sage ascoltando le loro chiacchiere. Per giorni non fece altro che aggirarsi per la cima della collina e guardarsi intorno.
Quando iniziò lo studio fu quasi una benedizione. Si era stufato di stare da solo a non far niente.
Ben presto scoprì che i quattro suoi mentori non andavano d’accordo come si poteva credere a prima vista. Ognuno di loro era convinto che ciò che gli avrebbe insegnato era più importante di tutte le sciocchezze degli altri.
Stare ad ascoltarli faceva quasi venire il nervoso!
«L’ho scelto perchè ha talento», esclamò Talentum un giorno «Senza non potrebbe mai condurre il suo popolo» concluse rivolto ai suoi coetanei. Poi si girò verso Metello.
«Ragazzo, devi capire che la tua disposizione d’animo è la cosa più importante che ci sia. Senza non saresti nessuno»
«Non dire sciocchezze. Anche senza talento potrebbe raggiungere altissime conoscenze, basta che segua le regole pratiche che gli insegnerò e arriverà lontano», esclamò Tekhnè.
«Ve lo dico io, ci vuole metodo, deve sapere come agire e mettere le cose in relazione tra loro altrimenti non arriverà a niente», replicò Methodus.
«No! Deve acquisire le abilità necessarie!» tuonò Atis corrucciato.
«Smettetela di litigare!», sbottò Metello stanco delle loro discussioni «Pensavo che avrei imparato conoscenza e saggezza, ma voi siete solo vecchi litigiosi!»
L’apprendista si allontanò a passo svelto. Voleva andarsene il più lontano possibile da quei quattro che non facevano altro che darsi contro a vicenda. Talento? Abilità? Tecnica e Metodo? Cos’erano? E perchè i Sagi ci tenevano tanto? Erano parole di cui Metello non conosceva neppure il significato. Per lui la vita era fatta di duro lavoro, poco svago, rispetto per i genitori e gli anziani del villaggio e ubbidienza.
Tutto ciò che sapeva glielo avevano insegnato suo padre e gli anziani del villaggio. A lui sarebbe stato sufficiente. Quando scese il crepuscolo Metello tornò alla sua caverna e vi trovò Atis.
«Ragazzo…»
«Non ho voglia di sentire ancora litigare», borbottò infastidito.
«Voglio spiegarti…»
Lui si sedette sullo sgabello di fronte al vecchio saggio.
«Ognuno di noi è convinto di rappresentare la caratteristica principale per la via del successo» spiegò l’anziano «E vuole prevaricare gli altri».
Metello pensò che questo atteggiamento non dava dimostrazione di molta saggezza, ma prudentemente non lo disse.
«Ognuno di noi crede che si possa fare a meno delle altre virtù, ma non della sua…»
L’apprendista si incuriosì a tal punto che decise che avrebbe cercato di capire quale era veramente più importante delle altre e così cominciò ad ascoltare, a studiare, ad osservare, a fare le cose.
Il tempo passava e Metello apprendeva moltissimo, il suo spirito si arricchiva di nuova conoscenza, di sapienza, ma quando pensava alle quattro verità non sapeva decidersi.
Il talento era innato in una persona e poteva portare al successo, però da solo poteva non bastare.
L’abilità era necessaria e si poteva conquistare e acquisire, era possibile diventare capaci di fare.
Senza la tecnica, ovvero le regole pratiche, era impossibile avere un procedimento specifico che potesse essere ripetuto.
E il metodo, il metodo era indispensabile per poter organizzare le azioni tra di loro per ottenere i risultati ottimali e desiderati.
Si accigliò un attimo.
Si era accorto che ormai stava pensando, non più in modo ingenuo, ma alla maniera dei Sagi. Sospirò considerando che ora, con tutta la conoscenza che aveva, si sentiva diverso.
«Hai deciso quale sia la più importante?» gli chiese Atis quella stessa sera.
Metello scosse il capo «Ancora no».
«C’è tempo», replicò l’anziano saggio.
Ma quanto?
La sua istruzione continuò ancora eppure l’apprendista non riusciva a venire a capo di niente finchè una notte, guardando il cielo scuro punteggiato di stelle, in lui calò una gran pace, come se finalmente avesse capito il segreto.
Sulle sue labbra spuntò il sorriso e piano piano scivolò in un sonno ristoratore.
La mattina seguente Metello camminava tranquillo, con il sorriso ancora stampato sulle labbra.
«Hai trovato la soluzione?» gli chiese di nuovo Atis.
«Sì» replicò il giovane con aria serena «L’ho trovata».
«Parlamene», lo incitò il saggio.
«Hanno tutte e quattro un’importanza relativa. Il metodo è ciò che rende ripetibile ogni cosa, ma se ti applichi con convinzione, ti eserciti e ti alleni e ripeti ogni cosa nell’esatto modo con costanza potresti fare a meno di tutte. Avresti di sicuro le chiavi del successo..» disse sorridendo «Se le hai tutte e quattro serve meno pratica e allenamento per giungere alla menta, se non ne hai è più difficile e occorrono pratica, allenamento ed esercizio in quantità maggiore».
Atis annuiva.
«Ognuna di queste caratteristiche, a parte il talento che è innato, può essere coltivata e migliorata per portare ad elevatissime vette. Così è… applicandosi si arriva alla ripetizione esatta e vicini alla perfezione».
Così Metello scoprì che i quattro Sage in realtà andavano d’accordo tra loro, avendo sempre saputo la verità dietro il loro sapere. Avevano giocato con lui.
Presto lo congedarono con affetto e lui tornò al villaggio.
L’apprendista non era più tale e racchiudeva in sè tutta la conoscenza dei Sagi. Al villaggio venne accolto con clamore e una grande festa. L’uomo che era diventato cercò subito tra la folla il vecchio amico di sempre. Oddo gli andò incontro sorridendo. Era felice di vederlo. Si abbracciarono con grande affetto. L’amico si era sposato e sua moglie aspettava un bambino. Metello era davvero contento per lui.
«E per te come è stato?», chiese Oddo.
«Impegnativo, ma bello. La sapienza dei Sagi è incredibile… ti parlerò presto delle quattro virtù, anche se credo che quello sia un modo come un altro per definire le caratteristiche che tu sicuramente hai e che non sai di possedere».
Metello sorrise.
Ogni uomo poteva avere successo se si applicava e allenava con metodo, se si impegnava totalmente per raggiungere un obiettivo. Non importava da dove partiva, importava dove arrivava e per arrivarci bisognava sapere dove si voleva andare.
Ora lui lo sapeva.
Quando salì alla poltrona del saggio al posto del vecchio apprendista alzò le mani in un ringraziamento per la folla che lo acclamava.
«Grazie» disse con semplicità.
Avrebbe fatto del suo meglio per far capire alle persone del villaggio che i saggi avevano la conoscenza, ma che ognuno di loro avrebbe potuto averne una parte attraverso di lui.
E lui era disposto a darla. La conoscenza era per chi la voleva ed era giusto che l’avesse.
Quella sera mangiò al tavolo del suo migliore amico, chiacchierando della saggezza e di un mondo che avrebbe potuto essere di tutti.
Pensò ai suoi quattro mentori e sorrise. Talentum, Tekhnè, Methodus e Atis sarebbero sicuramente stati fieri di lui, che voleva portare nel mondo il concetto delle loro verità.
fine
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[…] La prima parte della storia la trovi qui. […]